Nel mestiere tessile, la sensazione che un tessuto dà al tatto ha un nome: la sua mano.
La parola è letterale.
Prima del peso, prima della composizione, prima di qualunque cosa registri un’etichetta, un tessuto si giudica dalla sua mano: come cade e si piega, la frescura che rilascia, il modo in cui incontra le dita e risponde. Così lo legge chi lo compra, da quando esistono tessuti da vendere.
All’Università di Kyoto un professore di nome Sueo Kawabata si propose di misurarla. I suoi strumenti piegano un tessuto, lo tendono, lo torcono, lo comprimono, e registrano la lieve frescura che rilascia sulla pelle: più di una dozzina di letture in tutto, il tentativo di dare numeri a ciò che una mano esperta decide in un istante.
Il sistema è ancora il più rigoroso al mondo. Funziona. E ammette il proprio limite: ogni sua lettura è tarata per prevedere un verdetto umano, per approssimare la mano che non potrà mai sostituire. La scienza si misura sulla mano, non il contrario.
Così Beltrami comincia dove comincia il mestiere. La fibra si sceglie per la mano che avrà quando sarà vissuta, lavata e ammorbidita dall’uso. La tessitura si fissa per una morbidezza che si assesta solo con il tempo. Tutto ciò che l’occhio ammira dopo è fatto per soddisfare prima le dita. Un tessuto si può misurare in molti modi. È sempre la mano a decidere.